Oscar Piattella


E’ ineludibile il rapporto di Oscar Piattella con quello che, da Leopardi in poi, è concepito e vissuto come ‘luogo dell’anima’.
Un territorio che geograficamente si estende dagli appennini alle rive dell’adriatico, che è fatto di terra e luce, di infinito spaziare e di limiti che conchiudono e nel contempo rendono vasta la visione.
Le Marche sono nel dna di questo artista, nato a Pesaro nel 1932, vissuto tra l’azzurro e l’enclave terrestre dell’ atelier a Cantiano, attraversato dal mondo e dai suoi richiami, capace di raccontare l’universo e le sue stagioni.
L’inizio figurativo è il primo balzo ma presto i confini della sua attenzione richiedono altri spazi, altre prove, e negli anni ’50 molti sono i compagni di viaggio di un’avventura informale che riceverà attenzione e consenso unanimi: Arnaldo e Giò Pomodoro, Vangi, Sguanci, Nanni Valentini, per citarne alcuni, tutti segnati da una sensibilità percepita come forza espressiva, tanto in pittura quanto nella scultura.
Si dipana il cammino ininterrotto di un’evoluzione che, superato l’interesse per l’informale e il successivo azzeramento del colore, ha come motivo conduttore l’uso ciclico di materiali e la definizione strutturale della superficie del quadro.
Partendo da una griglia più o meno regolare, e da un modus operandi a ‘cellule’ o ‘tessere murali’, si arriva ad una pronunciata libertà espressiva, con un recupero anche vistoso del cromatismo.
E man mano che ci si inoltra nel corpus pittorico di oltre mezzo secolo, si palesa l’idea che essere marchigiani, ancor prima che artisti, significa vivere profondamente un senso di appartenenza al mondo delle origini, un radicamento nei luoghi di una terra capace di penetrare nel cuore come una lama, di agire prepotentemente sulla fantasia e sui sentimenti.
Egli si perde nella malia del guardare l’universo lontano, verso un infinito nascosto da una siepe che secoli prima aveva catturato lo sguardo del poeta di Recanati, capace di essere universale parlando del suo villaggio, parafrasando Dostoevskij.
E ancora un altro orizzonte, incorniciato dalle sagome svettanti dei torricini del Palazzo Ducale di Urbino, ha incantato la penna di Paolo Volponi, regalandoci pagine mirabili di racconto. Piattella mette in rilievo nelle sue opere pittoriche ma anche nelle ceramiche, nelle fotografie, negli scritti, quel segno pacato e visionario, fatto di sguardi e cieli profondi; uno sguardo che investe colline ombrose e assolate e lune d’argento specchianti la solitudine, ambivalente e più che mai ‘plurale’.
Quell’orizzonte e quel mare, trasferiscono luci e ombre sulla tela, nei lucori degli smalti e intorno ad essa, nel tratto concreto e nell’aura simbolica che le circonda, un genius loci che diventa universale.
Affascinato dalla complessità dell’interazione tra spazio e tempo, natura e uomo, Piattella ha sviluppato nel tempo una passione sempre più raffinata per la matericità, nella misura in cui la ricchezza dei materiali grezzi stimola la memoria delle radici umane, dando vita ad un linguaggio personale, arricchito man mano da una ricerca ancora aperta, svelando così la bellezza la verità delle cose al dilà della forma e della loro evidenza. 
(Anna Buoninsegni)