Oscar Piattella


Mostre 2015

  

E' la ricerca ontologica dell'essere all'estremo confine del dicibile, che lo apparenta a Mario Luzi, all'abbandono fidentenella parola poetica, “nel giusto della vita, nell'opera del mondo”. Qui siamo di fronte all'abbandono fidente al colore, in quei trasvolti cromatici, cadmio, ocra, giallo, carminio, fndenti che stordiscono, ormai non più materia, certi che ci condurrà alla consapevolezza dell'enigma finale, senaz essere disvelato. E' facile trovare intrecci da figurazioni precedenti, attraversate con l'impeccabile rigofe di chi sa qual è la direzinoe, traiettorie fulminanti come nelle “rotte dell'oltremarino” dipinto nel 1971, psichedelica rosa dei venti a orientare la relazinoe con il tutto, con la vita che piano piano si riunisce in sé stessa. Ora l'ultima declinazione ci porta dentro cattedrali di linee, girandole che hanno l'energia di un mandala, apparizione per forza propria e a cui l'artista presta la sua usperba maestria, uno spazio di dialogo dove tutte le forme del vivere si apparentano nel cammino dentro l'umano.

Anna Buoninsegni

«Ho spesso provato un senso d’inquietudine, a dei bivi», questo l’Incipit del celebre libro di Yves Bonnefoy L’Arrière-pays (1972). Mi è subito venuto di pensare a questa frase vagamente proustiana del poeta francese amico ed estimatore di Oscar Piattella allorché ho potuto ammirare la produzione pittorica più recente del Maestro in occasione di una visita nel suo atelier di Cantiano in compagnia del comune amico Pierangelo Cesaretti nel maggio scorso. Se l’elemento caratteristico della pittura di Piattella era fin dalle sue origini stato il muro, ovvero una costruzione di tipo orizzontale che privilegiava angolazioni ortogonali di rettangoli o quadrati, all’interno dei quali, come tessere di un mosaico, si disponeva matericamente la ricca elaborazione, spesso in rilievo, di sabbie, colle, madreperle, impiallacciature di legni e ori che disegnavano un paesaggio naturale e mentale fortemente intriso della memoria dei luoghi amati, fra mare e montagna, nella stagione più recente colpiscono due aspetti innovativi: da un lato, un risoluto ritorno alla materia pittorica del colore in quanto tale, e dall’altro una rottura della serialità schematica delle linee precedenti, a profitto dell’innovativa introduzione di una diagonalità diffusa delle linee maestre, articolate su più piani sovrapposti, solitamente, secondo un ordine prospettico nel contempo centripeto e centrifugo. Si tratta di fasci di forze che attraversano il colore aprendo piste cruciformi per moltiplicazione del punto di vista, o irradiazioni stellari che si diramano da un centro sfuggente che include nel quadro anche l’esitazione del percorso, all’incrocio di segrete possibilità di viaggio. Uno sguardo ai bozzetti può essere rivelatore di questa millimetrizzazione dello spazio, che allude all’impossibilità di collocare il luogo in senso referenziale e diretto, ma solo attraverso figurazioni dello spazio-tempo; infatti, nel tempo, che è il farsi del quadro, anche quando torna l’ortogonalità precedente, essa è ormai attraversata dalla trasversalità delle diagonali che impegnano la linea su chine le quali attraversano il colore per farne strumento e mezzo di una geografia interiore: luogo non più del fuori ma del dentro, che di quel tempo determina lo spazio. Quello che avevo definito in precedenza un “colore-forma”, lo direi oggi un “colore-soggetto”, il quale detta alle linee e ai loro movimenti le posizioni più suggestive della luce che inventa e con la quale amoreggia, come vedessimo sulla tela le strisce di fuoco di un tuono attraverso le nubi, da ogni lato e in un istante, che è il sempre. Nel nero notturno, negli azzurri marini e vagamente mistici, nei bianchi trasudanti come di sindone, nei gialli, negli arancioni e nei verdi brillanti come l’erba primaverile, Oscar Piattella ci conduce per mano, dipingendo con noi, ovvero nell’umano, verso l’approdo al semplice, al necessario e all’essenziale, che è quanto di più difficile in arte, affinché, al di là di ogni vago richiamo di natura suprematistico-geometrica, le linee e i colori siano mani che si cercano, sguardi che si sfiorano, cosmici momenti d’intimità col tutto, per reinventare la pittura, la sua speranza.


Fabio Scotto